La Ruga dei Oresi, una strada per mestiere
Ai piedi del ponte di Rialto, sotto i portici che costeggiano il mercato, corre ancora la Ruga dei Oresi: la strada degli orefici. Il nome non è un vezzo toponomastico. La Repubblica concentrò qui le botteghe di chi lavorava l'oro, a pochi passi dai banchi dei cambiavalute, perché il metallo prezioso restasse sotto gli occhi dei magistrati. L'arte aveva un proprio statuto, la mariegola, già nel Duecento, e un altare nella vicina chiesa di San Giacomo di Rialto. Bottega, controllo e devozione stavano nello stesso fazzoletto di città. È a questa idea di oro come lavoro quotidiano e verificabile che guarda la collezione oro veneziano.

Il ducato, tre grammi e mezzo di reputazione
Nel 1284, sotto il doge Giovanni Dandolo, la Zecca coniò il primo ducato d'oro: circa tre grammi e mezzo di metallo quasi puro. Peso e titolo rimasero sostanzialmente invariati fino alla caduta della Repubblica, nel 1797, e fu questa costanza a farne una moneta accettata da Alessandria alle Fiandre. Sul dritto il doge riceve il vessillo inginocchiato davanti a San Marco; sul rovescio Cristo benedice entro una mandorla punteggiata di stelle. Il potere e il cielo occupano così le due facce dello stesso disco. La collezione Ducale ne riprende la misura solenne, mentre Stella Ducale rilegge il campo stellato del rovescio.

La catena manin, l'oro portato addosso
Il gioiello più veneziano non è un pezzo da cerimonia ma una catena: la manin, fatta di maglie minuscole saldate una a una, così sottile da essere avvolta in molti giri intorno al collo. Era l'oro delle donne del popolo, misurato in lunghezza più che in disegno. Entrava nella dote, si allungava negli anni buoni e, quando serviva, se ne poteva cedere un tratto senza rovinare il resto. Una ricchezza discreta e divisibile, pensata per chi non aveva forzieri. Questa memoria di forme tramandate e portate ogni giorno ritorna in Archivio Veneziano, che lavora su modelli della tradizione più che sull'invenzione.

Perle sotto sorveglianza
Venezia amava le perle al punto da doverle limitare per legge. Dal 1514 una magistratura apposita, i Provveditori alle Pompe, vigilò sul lusso privato: tessuti, banchetti, gondole e naturalmente gioielli. Le norme sul filo di perle furono riscritte più volte, segno che venivano regolarmente aggirate. In linea di principio era concesso alle spose, e solo per un periodo definito dopo le nozze. Alla dogaressa e alle donne della famiglia ducale spettavano invece deroghe che facevano della perla un segno di rango visibile a tutti. Da questa storia di privilegio e di regole prende il nome Perle del Doge.

Quando il vetro imparò a sembrare oro
Accanto agli oresi lavoravano i vetrai, e il confine tra le due arti era più mobile di quanto si pensi. A Murano, nel Seicento, nacque l'avventurina, una pasta vitrea in cui minuscoli cristalli di rame brillano come pagliuzze dorate. Margariteri e perleri producevano perle di vetro che le impiraresse di Castello infilavano sedute sulla soglia di casa. È il vetro che dialoga con il metallo, senza imitarlo, nelle collezioni Golden Murano e Soffi di Laguna. Per continuare il percorso tra botteghe, monete e canali, l'invito è a esplorare tutte le collezioni.